Troppo perde 'l tempo. E come l'assioma della follia io rimango io, a sudare me stessa con le mie arti da retorica bugiarda. Così non va. Vorrei che ci fosse qualcuno ad ascoltarmi, invece di limitarsi a giudicare e sopportare quello che dico, faccio, penso. Che lo facciano pure; se il giudizio fa l'uomo nella tanta declamata shame culture così sia. Tanto non considero mia questa gente quanto loro mi considerano con loro. Non lo so, se ho voglia di stare a guardare. Tanto tutto cade a pezzi comunque. Mi butterò senza paracadute sul pavimento del mio più fragile castello in aria; e chissà che quest'aria non diventi gas, che il mio paracadute mancante si sostituisca con delle ali; e farò mie quelle piume di certezza, come fossero fortezze sulla sabbia della mia coscienza. No, non mi interessa se quello che dico viene capito. Io parlo, e solo pochi sanno ascoltare la mia lingua; e tra quei pochi ancora meno sanno comprenderla. Volendo so farmi intendere; volendo posso impregnare una sola frase di livelli e livelli di significati che solo un occhio brillante scoverà, nascosti nella piega del mio stupido sorriso. Vorrei poter dire che almeno ho un dove a cui tornare, invece non è così. Persino il luogo che mi si è prepotentemente imposto come casa è diventato un campo di battaglia, una tensione continua che si nasconde dietro muri di silenzio e cose che non ci sono, ovvero quelle che vedo meglio. Rivaluto i miei obbiettivi: chiedo forse troppo? Certo. Altrimenti non avrebbe senso lottare tutte le mattine contro il sonno, sconfiggere la morte che si maschera di desiderio dentro la mia mente che testarda non si fa corrompere dal caldo inchiostro, dimenticare i ricordi che cancellano memoria. E sempre parole, giochi, sfide, un continuo soffiarsi addosso come incubi e sogni sullo stesso specchio di stanchezza. Non mi lamenterò della solitudine. Non ne ho motivo. Posso ottenere ciò che voglio con l'unico immancabile prezzo di negare parte di ciò che sono; allora mi rifiuto, rinuncio, conquisto con sangue e tempeste le cose che più mi sono lontane. Sakuroke lega il filo rosso attorno al collo del gatto del Cheshire, lo accarezza e ne dipinge il contorno: e lì quello rimane, ad impazzire nella staticità dei suoi limiti. Ah, che bello ridere senza curarsi del motivo, che bello fissare il sole e chiedergli cortesemente di splendere un po' più. Che bello canticchiare canzoni che nessuno ricorda, che bello indossare maschere di zanne di zucchero: e intanto il tempo p... |












